A volte non c’è nulla come un funerale per riunire la famiglia. La casa di campagna del nonno è ricolma di parenti come ai tempi dei matrimoni importanti. Il parcheggio tra le querce e una buona metà del viale di ingresso sono occupati dalle auto, con una commistione di BMW, Maserati, Fiat e Renault che in altri momenti sarebbe parsa quasi sacrilega. Rami nobili e plebei della famiglia riuniti dalla morte del patriarca, accorsi come iene che temano di vedersi rubare la carcassa dagli avvoltoi.
Mancano quattro ore alle esequie e il salone brulica di parenti mormoranti, raccolti a gruppetti secondo le simpatie e le alleanze. Tutti intenti a stimare, valutare, censire, catalogare, inventariare. Zie acide, fresche di restauro con mani grinzose e unghie adunche, corazzate nei loro gioielli migliori, hanno le voci più fastidiose tra tutte. Anche mormorando riescono a stridere. Zii carichi di colesterolo tuonano decibel in misura proporzionale alla loro arroganza, mentre affondano nelle poltrone e ordinano alla servitù altro da bere.
I parenti poveri sono quelli che non si siedono, chiusi in formazioni difensive marito-moglie-figli oppure fratelli e consorti. Continuano a guardarsi intorno spaesati e voraci.
Una sola figura è estranea ai vari assembramenti. Ferma di fronte alla grande vetrata centrale, confusa tra le tende, guarda fuori, verso i campi, con il sole negli occhi e in mano un bicchiere di prosecco ancora pieno. È il famoso cugino di Milano. Nicola, oggi Silvia.
Fino ad ora si è sempre tenuta ai margini. Si è ben guardata dall’affrontare il branco riunito e quello di oggi è forse il debutto di Silvia in famiglia, anche se una volta all’anno è sempre venuta a trovare il nonno, con discrezione.
Capelli neri raccolti in una lunga coda, camicia bianca sotto ad un maglioncino nero un po’ scollato, spalle non eccessivamente esili, gonna al ginocchio, scarpe decolleté lucide col tacco grosso. Sposta spesso il peso da un piede all’altro e sorride contraendo gli zigomi oltremisura quando non può evitare le facce di qualche parente.
Capita infatti che alcuni gruppetti di mormoratori itineranti, assorti nel loro confabulare o nel loro inventariare, le arrivino vicini.
Le conversazioni si bloccano, arrancano improvvisamente.
- Ah! Ecco, buongiorno…
- Stavamo giusto parlando della zia Ofrasia…
- Esatto, proprio di quella volta da voi a Milano...
- Insomma, bei ricordi di famiglia.
- Beh! Tanti saluti, noi continuiamo la passeggiata.
- Saluti di cuore alla mamma, mi raccomando.
- …
Senza dire nulla, con ancora i muscoli del viso irrigiditi in un sorriso, Silvia riprende posizione tra le pieghe delle tende.
All’ennesimo crocchio itinerante si è agganciato anche Filippo. Per lui, con i suoi quattro anni, tutti i parenti sono ancora solo zii, cugini o al massimo nonni. Non prevede schieramenti o faide.
- Ciao. Ti piace stare in mezzo alle tende?
- A dire il vero sono davanti alla finestra. Mi piace la luce del sole.
- Ok. Ma non sono scomode le tue scarpe?
- Filippo! Non essere scortese – cerca di arginarlo Lucia, la cugina avvocato.
- Ma secondo me non sono comode con quel tacco alto e grosso. Sono così grandi che devono pesare tanto.
- Tu hai il piede piccolo perché sei piccolo – tenta di giustificare Silvia – e poi le tue scarpe da ginnastica con quelle molle devono essere ancora più pesanti delle mie.
- No. Le mie sono airmacs, della naic. Queste ti fanno volare, non pesano niente.
- Se lo dici tu ti credo.
- Ma scusa. Perché ti metti tutti quei colori in faccia come le donne? Non è buono.
Questa volta neppure Lucia riesce a dire qualcosa per risolvere il disagio. L’imbarazzo è evidente sul viso di tutti quelli che hanno sentito, escluse le due zitelle raggrinzite sul divano rosso, sul cui volto si legge un’acida soddisfazione sdegnata.
- Non è buono, no. Come fai a sentire i sapori con quella roba sulle labbra? Lo dico sempre anche alla mamma. Volevo farti assaggiare la mia torta preferita perché sei simpatico. Ma tu poi lo senti il gusto? Mi piace se tu lo senti. Per piacere.





