Con il casco in mano, a cavallo della moto spenta, Andrea rimane ad osservare il capannone della fabbrica di famiglia. Gli operai hanno terminato l’ultimo turno della giornata e se ne sono andati da almeno mezz’ora. All’interno del perimetro rimangono sono i tre rotweiller a difendere il regno creato da suo nonno e ampliato da suo padre. Quel regno in cui ora tutti vogliono lui faccia il suo ingresso, occupandosi del commerciale.
Gli ultimi sei mesi, dopo la laurea in economia e commercio, Andrea li ha passati a Londra. Assieme a Rosalba. A lei, Rosa, mancano ancora tre esami per finire sociologia ma non avrebbe mai permesso che il suo ragazzo godesse da solo del viaggio premio. Lui a Londra da solo? Lasciare lei a casa per sei lunghi mesi? Non esiste!
Si sono conosciuti tre anni fa, ad una riunione del C.M.L, Collettivo Macondo Liberato. Rosa la pasionaria era già famosa per le sue prese di posizione accesissime, per i suoi attacchi impetuosi contro tutto ciò che non fosse come lei riteneva dovesse essere.
Era il terzo incontro del Collettivo a cui Andrea partecipava, spinto dal suo interesse per la street-art, lui che graffitava di notte, di nascosto, da quando era in terza superiore. Quella sera bisognava decidere come reagire alla nuova disposizione del sindaco che inaspriva le misure per combattere l’esplosione di inciviltà che imbrattava le mura cittadine.
Alcuni dei presenti proponevano la stesura di un comunicato ufficiale, da inviare agli organi di stampa e distribuire ai passanti in Piazza delle Erbe. La decisione sembrava condivisa dalla maggioranza.
Fino all’esplosione della Pasionaria.
Cinque minuti di rabbia, di rimproveri, di ipocrisie denunciate, di diritti negati e della missione che il Macondo non doveva dimenticare.
Al sesto minuto già si formava la squadra che, nella notte del giovedì successivo, avrebbe coperto il muro del municipio con un graffito di protesta. Avrebbero raffigurato il sindaco, con baffetti e capelli alla Hitler, mentre abbracciava George Bush jr. in uno scenario tipo Guantanamo.
Era l’inizio di una guerra contro il Sindaco che fece non pochi danni, ma di quella sera Andrea ricorda soprattutto l’energia esplosiva di Rosa e il suo vestito leggero. Verde acido, come i suoi occhi.
Una settimana dopo, il primo appuntamento a due. Alla pizzeria di Nello. Hanno parlato di mille cose diverse e Rosa non si è persa l’occasione per chiarire la sua posizione in merito a ciascuno di quegli argomenti. Tra l’altro anche le sue idee sui figli di papà, sul farsi da soli piuttosto che accettare che un genitore ti consegni le chiavi ed il lucchetto della tua vita borghese.
Lei mangiava la margherita, bevendo vino rosso.
Suo padre crede in lui, sa che farà la scelta giusta, l’unica scelta sensata. Sa che il suo primogenito non lo deluderà. Sua mamma non dice nulla, ma lo guarda tutte le volte in cui suo padre gli parla.
Rosa invece ha già scelto per loro due un monolocale, da occupare vicino alla stazione. È al terzo piano di una palazzina degli anni sessanta, in una zona ormai quasi esclusivamente abitata da nordafricani, ma centralissima e con tutti i servizi a due passi. Ha detto che devono percorrere la loro strada, meglio se con un piede nel giornalismo impegnato e l’altro in una loro agenzia di comunicazione e pubbliche relazioni, attenta al sociale.
Il sole si abbassa oltre i capannoni della zona industriale. Il cemento e le grandi vetrate degli uffici si infiammano della luce crepuscolare. Andrea continua a fissare l’ingresso.
La famiglia. Rosa. Il dovere. La scelta giusta. La libertà. La passione. Lavoro e carriera. Loro due. Costruirsi da soli. Sprecare quello che la famiglia ha costruito. Voglia di essere artista. Voglia di essere. Successo. Gratitudine. Paura! Ascoltare Rosa e tenerla per mano. Vedere lo sguardo fiero di suo padre.
Una lenta sequenza di dubbi e pulsioni che si accavallano nella sua testa. Mentre stringe il casco nella mano sinistra, con la destra solleva e riabbassa la visiera. A scatti, come un metronomo che scandisca l’alternanza secca dei pensieri.
Il suo sguardo fluttua sul perimetro, sui furgoni bianchi con il logo aziendale, sulla palazzina degli uffici, sul giardino di rappresentanza appena risistemato con l’enorme ulivo. Fluttua senza guardare nulla, gli occhi socchiusi, fronte e zigomi aggrottati, con i muscoli contratti fino a serrare e digrignare leggermente i denti.
Lui non ce la fa più. Non può rimanere ancora lì, fermo a fissare quel cancello e quegli uffici. È stanco di avere davanti quei furgoni e non sapere cosa farsene. È stanco di sentire dentro la sua testa la voce di Rosa che gli dice cosa fare.
Riesce a vedere nitidamente l’espressione amara, di disapprovazione di sua madre mentre lui le dice che vuole andare a vivere nel monolocale occupato. Dritta in piedi, sicuramente impugnerebbe uno straccio o qualcos’altro. Pulire, riordinare, altro da fare, lei, che non sentire queste panzane.
Altrettanto nitida la posa tronfia di suo padre il giorno in cui lo accompagnerà alla sua scrivania. Il tono trionfante con cui annuncerebbe a tutti i sudditi che il principe ha accettato il suo destino.
Più che visiva è sonora invece l’immagine di Rosa che, ipercinetica, comincia a distribuire le loro cose nell’appartamento oppure a definire i progetti della loro Agenzia.
Ciò che vuole la famiglia. Ciò che vuole Rosa. Ciò che è meglio per loro, ciò che è meglio per Rosa, ciò che è meglio per la famiglia. Cosa è meglio per lui?
Un rumore dallo stomaco. Brucia. Un gusto acido nell’esofago. Rigurgito. Un misto di senso di nausea e voglia di ruttare.
Accende la moto, indossa il casco ed effettua un burnout rabbioso. L’odore acre della gomma bruciata gli libera il naso. I pensieri pesano e allora la soluzione è correre. Rilascia la frizione e impenna. Dopo venti secondi ha già abbandonato la zona industriale. Due minuti dopo ha lasciato il paese ed è già sulla provinciale. Accelera ancora e si lancia dentro ad ogni singola curva come un rapace contro la preda, o forse un paracadutista in caduta libera. Sempre più veloce. Corre e corre. Centosettanta. Centottanta. Centonovanta. Duecento. Chilometri all’ora.
Si sente più leggero, vede la strada davanti a sé. Cominciano ad accendersi i lampioni. Vede una direzione, tracciata dai fari.
Prende l’autostrada, verso ovest. Dritto verso il confine con la Francia. E mille chilometri più avanti, Barcellona. È li che il primo suo compagno di stanza a Londra, David, ha aperto uno studio di tatuaggi. Sicuramente ha bisogno di un assistente per qualche mese.
Una fila di sassolini lungo il davanzale della finestra.
Ne mettevo uno per ogni giorno che passava senza che lui tornasse .
A volte la fila era corta, più spesso era lunghissima, tanto che mia madre li spazzava via per sgomberare lo spazio.
Allora non capivo che era stata lei, pensavo che se i sassi non c’erano più voleva dire che lui sarebbe tornato quel giorno.
Da bambina quando aspettavo mio padre di ritorno dai suoi viaggi di lavoro, mettere i sassolini in fila era il mio modo per dire: “Mi manchi, torna presto”.
Adesso lo sto facendo con te: accumulo cose aspettando che torni.
Una pila di libri di fianco al mio letto, da leggere e commentare insieme a te.
Bottiglie di vino lasciate a metà, aperte con l’illusione di rivivere l’emozione di quanto le avevamo acquistate insieme.
Un paio di scarpe rosse, tacco 12...mi avevi sfidato, non te le compreresti mai, avevi detto. Adesso ce le ho, ma sono rigorosamente nella scatola, mai usate.
Un corso di nuoto, iniziato perché non ti piaceva uscire in mare da solo.
L’abbonamento al cinema, per quella rassegna in lingua originale, una rinfrescata al nostro inglese, avevamo detto.
Ogni giorno aggiungo qualcosa di nuovo e la fila aumenta.
Ogni giorno mi manchi di più, ma so che tornerai.
So perfettamente quando sarà il giorno, c’è scritto sulla mia cartella clinica, alla voce “data presunta del parto”.
Sarà la nostra bambina a spazzare via tutti i sassolini accumulati, come faceva mia madre.
Allora tornerai, come succedeva con mio padre.