Tela intessuta da Roninxx @ 09:32 - mercoledì, 26 marzo 2008
Con il casco in mano, a cavallo della moto spenta, Andrea rimane ad osservare il capannone della fabbrica di famiglia. Gli operai hanno terminato l’ultimo turno della giornata e se ne sono andati da almeno mezz’ora. All’interno del perimetro rimangono sono i tre rotweiller a difendere il regno creato da suo nonno e ampliato da suo padre. Quel regno in cui ora tutti vogliono lui faccia il suo ingresso, occupandosi del commerciale.

Gli ultimi sei mesi, dopo la laurea in economia e commercio, Andrea li ha passati a Londra. Assieme a Rosalba. A lei, Rosa, mancano ancora tre esami per finire sociologia ma non avrebbe mai permesso che il suo ragazzo godesse da solo del viaggio premio. Lui a Londra da solo? Lasciare lei a casa per sei lunghi mesi? Non esiste!

Si sono conosciuti tre anni fa, ad una riunione del C.M.L, Collettivo Macondo Liberato. Rosa la pasionaria era già famosa per le sue prese di posizione accesissime, per i suoi attacchi impetuosi contro tutto ciò che non fosse come lei riteneva dovesse essere.

Era il terzo incontro del Collettivo a cui Andrea partecipava, spinto dal suo interesse per la street-art, lui che graffitava di notte, di nascosto, da quando era in terza superiore. Quella sera bisognava decidere come reagire alla nuova disposizione del sindaco che inaspriva le misure per combattere l’esplosione di inciviltà che imbrattava le mura cittadine.

Alcuni dei presenti proponevano la stesura di un comunicato ufficiale, da inviare agli organi di stampa e distribuire ai passanti in Piazza delle Erbe. La decisione sembrava condivisa dalla maggioranza.

Fino all’esplosione della Pasionaria.

Cinque minuti di rabbia, di rimproveri, di ipocrisie denunciate, di diritti negati e della missione che il Macondo non doveva dimenticare.

Al sesto minuto già si formava la squadra che, nella notte del giovedì  successivo, avrebbe coperto il muro del municipio con un graffito di protesta. Avrebbero raffigurato il sindaco, con baffetti e capelli alla Hitler, mentre abbracciava George Bush jr. in uno scenario tipo Guantanamo.

Era l’inizio di una guerra contro il Sindaco che fece non pochi danni, ma di quella sera Andrea ricorda soprattutto l’energia esplosiva di Rosa e il suo vestito leggero. Verde acido, come i suoi occhi.

Una settimana dopo, il primo appuntamento a due. Alla pizzeria di Nello. Hanno parlato di mille cose diverse e Rosa non si è persa l’occasione per chiarire la sua posizione in merito a ciascuno di quegli argomenti. Tra l’altro anche le sue idee sui figli di papà, sul farsi da soli piuttosto che accettare che un genitore ti consegni le chiavi ed il lucchetto della tua vita borghese.

Lei mangiava la margherita, bevendo vino rosso.

Suo padre crede in lui, sa che farà la scelta giusta, l’unica scelta sensata. Sa che il suo primogenito non lo deluderà. Sua mamma non dice nulla, ma lo guarda tutte le volte in cui suo padre gli parla.

Rosa invece ha già scelto per loro due un monolocale, da occupare vicino alla stazione. È al terzo piano di una palazzina degli anni sessanta, in una zona ormai quasi esclusivamente abitata da nordafricani, ma centralissima e con tutti i servizi a due passi. Ha detto che devono percorrere la loro strada, meglio se con un piede nel giornalismo impegnato e l’altro in una loro agenzia di comunicazione e pubbliche relazioni, attenta al sociale.

Il sole si abbassa oltre i capannoni  della zona industriale. Il cemento e le grandi vetrate degli uffici si infiammano della luce crepuscolare. Andrea continua a fissare l’ingresso.

La famiglia. Rosa. Il dovere. La scelta giusta. La libertà. La passione. Lavoro e carriera. Loro due. Costruirsi da soli. Sprecare quello che la famiglia ha costruito. Voglia di essere artista. Voglia di essere. Successo. Gratitudine. Paura! Ascoltare Rosa e tenerla per mano. Vedere lo sguardo fiero di suo padre.

Una lenta sequenza di dubbi e pulsioni che si accavallano nella sua testa. Mentre stringe il casco nella mano sinistra, con la destra solleva e riabbassa la visiera. A scatti, come un metronomo che scandisca l’alternanza secca dei pensieri.

 Il suo sguardo fluttua sul perimetro, sui furgoni bianchi con il logo aziendale, sulla palazzina degli uffici, sul giardino di rappresentanza appena risistemato con l’enorme ulivo. Fluttua senza guardare nulla, gli occhi socchiusi, fronte e zigomi aggrottati, con i muscoli contratti fino a serrare e digrignare leggermente i denti.

Lui non ce la fa più. Non può rimanere ancora lì,  fermo a fissare quel cancello e quegli uffici. È stanco di avere davanti quei furgoni e non sapere cosa farsene. È stanco di sentire dentro la sua testa la voce di Rosa che gli dice cosa fare.

Riesce a vedere nitidamente l’espressione amara, di disapprovazione di sua madre mentre lui le dice che vuole andare a vivere nel monolocale occupato. Dritta in piedi, sicuramente impugnerebbe uno straccio o qualcos’altro. Pulire, riordinare, altro da fare, lei, che non sentire queste panzane.

Altrettanto nitida la posa tronfia di suo padre il giorno in cui lo accompagnerà alla sua scrivania. Il tono trionfante con cui annuncerebbe a tutti i sudditi che il principe ha accettato il suo destino.

Più che visiva è sonora invece l’immagine di Rosa che, ipercinetica, comincia a distribuire le loro cose nell’appartamento oppure a definire i progetti della loro Agenzia.

Ciò che vuole la famiglia. Ciò che vuole Rosa. Ciò che è meglio per loro, ciò che è meglio per Rosa, ciò che è meglio per la famiglia. Cosa è meglio per lui?

Un rumore dallo stomaco. Brucia. Un gusto acido nell’esofago. Rigurgito. Un misto di senso di nausea e voglia di ruttare.

Accende la moto, indossa il casco ed effettua un burnout rabbioso. L’odore acre della gomma bruciata gli libera il naso. I pensieri pesano e allora la soluzione è correre. Rilascia la frizione e impenna. Dopo venti secondi ha già abbandonato la zona industriale. Due minuti dopo ha lasciato il paese ed è già sulla provinciale. Accelera ancora e si lancia dentro ad ogni singola curva come un rapace contro la preda, o forse un paracadutista in caduta libera. Sempre più veloce. Corre e corre. Centosettanta. Centottanta. Centonovanta. Duecento. Chilometri all’ora.

Si sente più leggero, vede la strada davanti a sé. Cominciano ad accendersi i lampioni. Vede una direzione, tracciata dai fari.

Prende l’autostrada, verso ovest. Dritto verso il confine con la Francia. E mille chilometri più avanti, Barcellona. È li che il primo suo compagno di stanza a Londra, David, ha aperto uno studio di tatuaggi. Sicuramente ha bisogno di un assistente per qualche mese.

Tela intessuta da farisila @ 14:27 - giovedì, 06 marzo 2008

RED SNAKE

 

Quando arrivai il sangue stava ancora avanzando lento sul pavimento, divorandolo pigro come un vecchio serpente che ingoia la preda, senza fretta.

Il movimento diventava irregolare, mentre la sua fonte andava esaurendosi, e lungo i fianchi iniziava inesorabile il coagulo.

Il rosso amaranto, opalescente rifletteva la luce appesa al soffitto ed un odore dolce saliva mischiato a quello del profumatore per ambienti.

L’aria intorno si era fermata.

Steso di lato, addosso il pigiama di flanella, le braccia abbandonate lungo il corpo, le gambe piegate, accasciate su loro stesse, mio padre.

I capelli, il viso ed il collo erano saturati di sangue come se il rosso serpente si fosse sdraiato su di lui serrandogli la testa tra le sue spire.

Attesi paziente di svenire ma l’oscurità non arrivò mi sedetti accanto a lui e aspettammo, insieme.

        Ora del decesso 23.55 per emorragia dovuta alla rottura dell’aorta.

Il vecchio serpente, ormai appagato, aveva fermato la sua avanzata e aspettava, immobile.

Solo la pelle sottile ondulava ogni tanto, sospinta da forze inafferrabili.

Guardai la sua vittima indifesa, inerme, era il momento di liberarla dalla morsa del rettile e lasciarla andare, per l’ultima volta.

Presi un asciugamano bianco, moderno sudario, e lo stesi sul maestoso serpente.

L’animale, ancora caldo, iniziò a muoversi, nel tentativo di scivolare fuori dalla sua prigione.

Correva piegandosi lungo i fianchi, stendendo e contraendo i muscoli per cercare una via di fuga.

Ma non c’era più speranza di fuga, per nessuno di noi, in quella stanza.

Rimasi immobile finché tutto il grande rettile, esausto, si arrese.

 


Tela intessuta da lucyluc @ 22:42 - mercoledì, 05 marzo 2008

Una fila di sassolini lungo il davanzale della finestra.

Ne mettevo uno per ogni giorno che passava senza che lui tornasse .

A volte la fila era corta, più spesso era lunghissima, tanto che mia madre li spazzava via per sgomberare lo spazio.

Allora non capivo che era stata lei, pensavo che se i sassi non c’erano più voleva dire che lui sarebbe tornato quel giorno.

Da bambina quando aspettavo mio padre di ritorno dai suoi viaggi di lavoro, mettere i sassolini in fila era il mio modo per dire: “Mi manchi, torna presto”.

Adesso lo sto facendo con te: accumulo cose aspettando che torni.

Una pila di libri di fianco al mio letto, da leggere e commentare insieme a te.

Bottiglie di vino lasciate a metà, aperte con l’illusione di rivivere l’emozione di quanto le avevamo acquistate insieme.

Un paio di scarpe rosse, tacco 12...mi avevi sfidato, non te le compreresti mai, avevi detto. Adesso ce le ho, ma sono rigorosamente nella scatola, mai usate.

Un corso di nuoto, iniziato perché non ti piaceva uscire in mare da solo.

L’abbonamento al cinema, per quella rassegna in lingua originale, una rinfrescata al nostro inglese, avevamo detto.

Ogni giorno aggiungo qualcosa di nuovo e la fila aumenta.

Ogni giorno mi manchi di più, ma so che tornerai.

So perfettamente quando sarà il giorno, c’è scritto sulla mia cartella clinica, alla voce “data presunta del parto”.

Sarà la nostra bambina a spazzare via tutti i sassolini accumulati, come faceva mia madre.

Allora tornerai, come succedeva con mio padre.


Tela intessuta da Roninxx @ 16:42 - martedì, 26 febbraio 2008

A volte non c’è nulla come un funerale per riunire la famiglia. La casa di campagna del nonno è ricolma di parenti come ai tempi dei matrimoni importanti. Il parcheggio tra le querce e una buona metà del viale di ingresso sono occupati dalle auto, con una commistione di BMW, Maserati, Fiat e Renault che in altri momenti sarebbe parsa quasi sacrilega. Rami nobili e plebei della famiglia riuniti dalla morte del patriarca, accorsi come iene che temano di vedersi rubare la carcassa dagli avvoltoi.

Mancano quattro ore alle esequie e il salone brulica di parenti mormoranti, raccolti a gruppetti secondo le simpatie e le alleanze. Tutti intenti a stimare, valutare, censire, catalogare, inventariare. Zie acide, fresche di restauro con mani grinzose e unghie adunche, corazzate nei loro gioielli migliori, hanno le voci più fastidiose tra tutte. Anche mormorando riescono a stridere. Zii carichi di colesterolo tuonano decibel in misura proporzionale alla loro arroganza, mentre affondano nelle poltrone e ordinano alla servitù altro da bere.

I parenti poveri sono quelli che non si siedono, chiusi in formazioni difensive marito-moglie-figli oppure fratelli e consorti. Continuano a guardarsi intorno spaesati e voraci.

Una sola figura è estranea ai vari assembramenti. Ferma di fronte alla grande vetrata centrale, confusa tra le tende, guarda fuori, verso i campi, con il sole negli occhi e in mano un bicchiere di prosecco ancora pieno. È il famoso cugino di Milano. Nicola, oggi Silvia.

Fino ad ora si è sempre tenuta ai margini. Si è ben guardata dall’affrontare il branco riunito e quello di oggi è forse il debutto di Silvia in famiglia, anche se una volta all’anno è sempre venuta a trovare il nonno, con discrezione.

Capelli neri raccolti in una lunga coda, camicia bianca sotto ad un maglioncino nero un po’ scollato, spalle non eccessivamente esili, gonna al ginocchio, scarpe decolleté lucide col tacco grosso. Sposta spesso il peso da un piede all’altro e sorride contraendo gli zigomi oltremisura quando non può evitare le facce di qualche parente.

Capita infatti che alcuni gruppetti di mormoratori itineranti, assorti nel loro confabulare o nel loro inventariare, le arrivino vicini.

Le conversazioni si bloccano, arrancano improvvisamente.


- Ah! Ecco, buongiorno…

- Stavamo giusto parlando della zia Ofrasia…

- Esatto, proprio di quella volta da voi a Milano...

- Insomma, bei ricordi di famiglia.

- Beh! Tanti saluti, noi continuiamo la passeggiata.

- Saluti di cuore alla mamma, mi raccomando.

- …

Senza dire nulla, con ancora i muscoli del viso irrigiditi in un sorriso, Silvia riprende posizione tra le pieghe delle tende.

All’ennesimo crocchio itinerante si è agganciato anche Filippo. Per lui, con i suoi quattro anni, tutti i parenti sono ancora solo zii, cugini o al massimo nonni. Non prevede schieramenti o faide.


- Ciao. Ti piace stare in mezzo alle tende?

- A dire il vero sono davanti alla finestra. Mi piace la luce del sole.

- Ok. Ma non sono scomode le tue scarpe?

- Filippo! Non essere scortese – cerca di arginarlo Lucia, la cugina avvocato.

- Ma secondo me non sono comode con quel tacco alto e grosso. Sono così grandi che devono pesare tanto.

- Tu hai il piede piccolo perché sei piccolo – tenta di giustificare Silvia – e poi le tue scarpe da ginnastica con quelle molle devono essere ancora più pesanti delle mie.

- No. Le mie sono airmacs, della naic. Queste ti fanno volare, non pesano niente.

- Se lo dici tu ti credo.

- Ma scusa. Perché ti metti tutti quei colori in faccia come le donne?  Non è buono.

Questa volta neppure Lucia riesce a dire qualcosa per risolvere il disagio. L’imbarazzo è evidente sul viso di tutti quelli che hanno sentito, escluse le due zitelle raggrinzite sul divano rosso, sul cui volto si legge un’acida soddisfazione sdegnata.

- Non è buono, no. Come fai a sentire i sapori con quella roba sulle labbra? Lo dico sempre anche alla mamma. Volevo farti assaggiare la mia torta preferita perché sei simpatico. Ma tu poi lo senti il gusto? Mi piace se tu lo senti. Per piacere.


Tela intessuta da farisila @ 14:59 - martedì, 12 febbraio 2008

 

BUON SAN VALENTINO

 

 

Mi trascino verso il bagno per lavarmi la faccia prima di sottopormi all’avvilente proiezione della mia immagine sullo specchio.

Con gli occhi chiusi tuffo il viso sotto il rubinetto e poi lo avvolgo nell’asciugamano morbido.

Non vorrei più tirare fuori la testa da qui, vorrei essere una tartaruga e poter ritrarre tutto il corpo nel carapace per sfuggire ai problemi.

Mi guardo, la luce bianca, impietosa dello specchio sottolinea ogni singola tragedia sul mio viso.

Gli occhi sono gonfi, a tal punto che non riesco nemmeno ad aprirli completamente, la pelle è arida e screpolata, alcune venuzze violacee spiccano senza pietà sul mio colorito giallognolo.

I capelli arruffati e sporchi completano il quadro.

Come ho fatto a ridurmi così, ancora una volta. Vado in cucina, un caffè migliorerà di certo la situazione.

Lo spettacolo che mi si presenta è, se possibile, ancora più desolante della mia faccia.

Tutto è ancora lì a documentare la mia pietosa decadenza.

Un imprecisato numero di fazzoletti di carta disseminati sul pavimento e sul divano a testimoniare l’incipit della crisi, il momento in cui, appena entrata in casa, mi sono buttata sul divano, prima ancora di togliermi il cappotto e le scarpe, e sono scoppiata in un pianto dirotto.

Un barattolo di nutella ed un enorme sacchetto di patatine, entrambi vuoti, rappresentano il climax della mia autocommiserazione durante il quale passo in rassegna tutte le mie delusioni e la mia solitudine, recitando il copione della donna sola e disperata che affoga nel cibo.

Infine due bottiglie di vino una vuota, rotolata dall’altra parte della stanza, e l’altra, piena per un quarto, pericolosamente in bilico sul bracciolo del divano.

L’alcool di solito segna l’epilogo durante il quale vago per casa scalza, parlando con Dio di me, chiedendogli perché e per quanto tempo ancora starò così.

Concordando con lui che è tutta colpa mia, che in me c’è inevitabilmente qualcosa di sbagliato, che non può essere un caso se ogni volta mi ritrovo sempre sola.

Patetica ecco cosa sono, patetica anche nelle mie crisi di pianto sempre uguali.

Alla fine, come al solito, ero andata a letto ubriaca e stordita nella speranza di addormentarmi in fretta nonostante la testa che martellava, gli occhi che bruciavano e lo stomaco che iniziava a dare i primi segni di scompenso.

Guardando quella desolazione mi viene voglia di tornare a letto.

Chiamerò in ufficio dirò che sto male. Ci crederanno anzi penseranno che ho esagerato con i festeggiamenti di San Valentino.

No, non posso dargli questa soddisfazione, se oggi non mi vede arrivare capisce subito che sto male per colpa sua. No devo rimettermi in sesto ed entrare con un sorriso trionfante.

Mi faccio una doccia bollente e mi lavo i capelli.

Scelgo dall’armadio una delle mie mitiche minigonne, mi trucco quel tanto da coprire le occhiaie ma senza esagerare, indosso la mia bigiotteria migliore e salgo sui miei tacchi a spillo preferiti.

Mi do un’ultima occhiata prima di uscire. Beh, visto come ero partita direi che non c’è male.

Solo due cose restano a testimoniare la patetica serata di ieri il mio alito pesante e il mio umore di merda, per il primo mi infilo in bocca un chewing gum.

 

“Sei qui? “

( Vaffanculo)

“Ieri sera mi ero preoccupato, sei corsa via come una pazza, ti ho chiamato tutta la sera”

(Bastardo)

“Ho avuto paura che avessi fatto una pazzia”

“ Scusa? Fammi capire, mi reputi così sfigata e disperata da commettere quella che tu chiami una “pazzia” solo perché uno stronzo come te mi ha preso a calci nel culo?”

“Parla piano vieni nel mio ufficio qui ci sentono tutti”

“Non ci vengo nel tuo ufficio. Va al diavolo!”

“Non fare la verginella con me. Ti ricordo che sapevi benissimo che sono sposato e che mia moglie era incinta quando abbiamo cominciato la nostra storia. Certo io sono senza appello l’ultimo dei bastardi ma ti prego, non recitare il ruolo della vittima con me, sei ridicola”

Cazzo se ha ragione. Per mesi mi sono raccontata che era solo un passatempo e che quando sua moglie avesse partorito sarebbe finito tutto.

Sapevo che stavo facendo un gioco sporco con un uomo sposato che non mi ha mai promesso nulla

e invece ci sono cascata come una perfetta sfigata.

Ero addirittura arrivata a sognare di passare San Valentino con lui. Mi faccio vomitare, come faccio a cadere sempre più in basso.

“Oltretutto ho passato tutta la notte in ospedale. Sembra che mio figlio abbia dei problemi”

“Problemi? Che vuol dire?”

“Non so, quando sono venuto via stamattina stavano ancora facendo gli esami”

“Che stronzo che sei! Che ci fai qui corri da tua moglie e tuo figlio”

“A fare cosa? Mio figlio è in isolamento, non me lo fanno nemmeno vedere, e mia moglie è sotto sedativo, la fanno dormire finché non sanno cos’ha esattamente il bambino per non crearle traumi inutili. Dovevo venire via, mi sembrava d’impazzire. Sto aspettando che mi chiamino”

Lo guardo, ero talmente arrabbiata da non accorgermi che aveva ancora addosso gli stessi vestiti di ieri sera, quando progettavamo la nostra cenetta a lume di candela.

Deve aver preso una bella batosta. Sarà che non ha dormito tutta la notte ma sembra invecchiato di dieci anni in un colpo solo.

Che bastardo però uscire con un’altra a San Valentino quando sua moglie era in ospedale da giorni in attesa di partorire. Sì ma l’altra ero io però, e io lo sapevo.

Mi chiedo chi di noi due sia il più stronzo. Lo abbraccio “ dai vedrai che non è niente magari dipende dal fatto che tua moglie non è più giovanissima, può darsi che il feto abbia sofferto un po’ durante il parto”

Ma che cazzo dico, sua moglie è più giovane di me.

“Se fossi credente penserei che questo è il modo che Dio a scelto per punirmi del mio tradimento.”

“Non dire stronzate, se Dio punisse così tutti gli uomini che tradiscono le mogli…”

“Pronto? Si sono io si mi dica, cosa ..? va bene adesso? si vengo subito”

“Allora?”

“Hanno detto che mio figlio ha la Beta Talassemia non so cosa sia ma mi hanno detto che devo andare in ospedale devono fare degli esami a me e a mia moglie”.

Beta Talassemia….

 

“Dove va il tuo capo così di corsa”

Sta andando in ospedale a farsi dire che è cornuto”

“Scusa ?”

“Lascia perdere”

“E dai dimmi”

“Il figlio che è nato stanotte ha la Beta Talassemia, la forma più grave di anemia mediterranea, una malattia ereditaria.”

“Quindi?”

“Un figlio malato nasce da due genitori portatori sani che hanno una possibilità su quattro di generare un figlio perfettamente sano, due di generare figli portatori sani come loro e una di generare un figlio che presenta tutti i sintomi della malattia. Quindi il piccolo è nato da due genitori portatori sani per anemia mediterranea.”

“Non ti seguo”

“Già. Ammesso che la moglie di Luca sia portatrice sana della malattia lui di certo non lo è”

“E come lo sai?”

“Perché tre anni fa, quando è andato per quasi un anno a lavorare in Giappone, per poter usufruire di un visto così lungo ha dovuto sottoporsi ad una serie di esami tra cui quelli per riscontrare malattie familiari, ereditarie e genetiche. Ho passato personalmente a computer tutti i risultati e credimi, non è portatore di anemia mediterranea”.

“Interessante, sai invece chi mi risulta lo sia”

“Chi?”

“Il Dott. Piotti, quello del personale, e se non sbaglio è venuto a lavorare da noi proprio su raccomandazione del tuo capo, pare siano amici…”

 

Che giornata di merda, per fortuna sono a casa.

“Che ci fai qui?”

“Ti aspettavo, c’è una cosa che devo dirti”

“Che tua moglie ti ha messo le corna? Lo so già”

“Ma …come…”

“Non importa, che vuoi adesso da me?”

“Ho deciso di chiedere il divorzio”

“Perché? Tu puoi metterle le corna e lei no”

“Ma da che parte stai?”

“Adesso dalla sua, dovrebbero darle una medaglia per aver sopportato un bastardo, falso e ipocrita come te per tutti questi anni”

“Mi sembra si sia consolata bene”

“Già, Dio li fa e poi li accoppia. Non te ne frega niente che si sia scopata un altro, magari lo sapevi anche prima, ti rode che adesso gli altri scoprano che il bimbo non è tuo”

“Ma non è mio”

“Meglio! Sarà senz’altro un individuo migliore”

“Se sopravvive…”

“Sopravvive sta tranquillo, avrà una vita difficile ma sopravvivrà anche a te se siamo fortunati”

“Mi odi?”

“No, odio me stessa per averti lasciato entrare nella mia vita, mi odio perché sono passata sopra a tutto pur di avere poche briciole di felicità.

Mi odio perché quando ho saputo della malattia di tuo figlio invece che dispiacermi per il futuro che lo aspetta ero contenta che scoprissi che tua moglie ti aveva reso la pariglia.

Non voglio essere questo tipo di persona, non voglio diventare come te. Ora vattene, tua moglie e tuo figlio ti aspettano”.

“Non è mio figlio!”

Gli giro le spalle e lo osservo riflesso sulla vetrata del portone. Dov’è finita l’aria sorniona da uomo invincibile che mi aveva tanto attratto. Come sono fragili gli uomini, incapaci di affrontare qualsiasi situazione su cui non possono avere pieno controllo.

“Stamattina parlavi di punizione divina. Magari è questa la punizione che Dio ha in serbo per te, crescere il figlio malato di un altro. Buona Notte”

Finalmente rientro in casa, ad aspettarmi la stessa desolazione di questa mattina.

Mi tolgo il cappotto e mi lascio cadere sul divano, questa giornata mi ha svuotata.

Credo che farò un bagno caldo e andrò a letto. Suona il telefono, è Claudia, non ho voglia di parlare con lei, non ho voglia di parlare con nessuno.


Tela intessuta da Hadrian @ 10:48 - sabato, 09 febbraio 2008

Apro io l'angolo della poesia proponendo uno scritto che conclude la mia raccolta di poesie "Il profumo bagnato della sera" nella quale ripercorro le varie tappe dell'amore (quello giovanile, quello più maturo, quello per per i figli, i genitori, la natura, gli animali, la vita). Nonostate tutto l'amore resiste.....questa la riflessione finale.

Eppure l’amore resiste
alle insidie del tempo.
E’ un attimo inciso
fulmine che percuote
la dura quercia
disegnando
indelebile traccia.
E passa il tempo
su rotaie ingiallite
e l’edera invade
ogni arbusto
del giardino dimenticato.
Ma il segno
percorso dall’acqua
sotto la scorza
resta pur vivo.
Puoi non vederlo
oppure dimenticare
o sopprimere infine
ogni segnale
ma in fondo resta
una pallida impronta
dolce a parlarti.

Tela intessuta da Hadrian @ 17:01 - giovedì, 07 febbraio 2008
Roberto guardò l’orologio e calcolò che entro mezz’ora avrebbe finito di preparare la cena, in tempo per l’arrivo di Giulia che, dopo le sue insistenze, aveva finito per accettare l’invito.
Si era innamorato di lei un anno prima. L’aveva notata nel nuovo negozio di abbigliamento di via Verdi e le aveva fatto una corte spietata. Ci aveva messo quasi un mese, prima che lei si decidesse ad uscire con lui. Aveva dovuto acquistare due vestiti, cinque camicie e una dozzina di cravatte ma finalmente era riuscito nel suo intento.
La prima volta l’aveva portata a cena in un locale alla moda, raffinato. Non aveva mai fatto brutta figura con le sue ospiti. Aveva scelto un menù particolare che gli aveva consentito di farsi apprezzare per le sue conoscenze culinarie. E aveva fatto colpo.
Giulia, tuttavia, aveva un problema. Si era da poco separata da Franco e non era ancora pronta per un altro rapporto. Glielo aveva anche detto, per non creargli false aspettative. 
E Roberto aveva atteso pazientemente, colmandola di attenzioni, sempre sperando.
Ma proprio quando era convinto di avercela fatta, Giulia gli aveva confidato che Franco le aveva telefonato per dirle che era ancora innamorato di lei. E così si erano incontrati.
 “E’ buono” gli aveva detto Giulia “penso che mi rimetterò con Franco, mi pare cambiato”.
Lui l’aveva sconsigliata di riprendere quella relazione che, secondo lui, non avrebbe potuto funzionare ma lei gli era apparsa sempre più convinta con i suoi “..e Franco è buono…anche se un po’ geloso, Franco è caro, Franco è dolce”. Che palle.
Così avevano ripreso a frequentarsi e Roberto aveva ottenuto soltanto che si sarebbero rivisti quella sera, in una sorta di cena d’addio, perché Giulia non poteva più permettersi di frequentarlo, pur essendole caro, soprattutto per la gelosia di Franco.
Mentre ripensava a tutto ciò udì il suono del campanello.
Era Giulia, come al solito puntuale ai suoi appuntamenti.
Era splendida. Aveva indossato, per la circostanza, un elegante completo nero, attillato, che faceva risaltare le sue forme e che la rendevano ancor più desiderabile.
“Stronza” pensò Roberto, che tuttavia l’accolse con il consueto calore. Servì un aperitivo analcolico e quindi andò a prendere in cucina l’antipasto che aveva richiesto una lunga preparazione e che ora sperava riscuotesse l’approvazione dell’invitata.
Giulia si sedette a tavola, perfettamente imbandita, al cui centro ardevano due grosse candele rosse. Roberto spense le luci, per creare la giusta intimità.
“Se permetti ti servo io” propose Roberto, deponendo nel piatto di Giulia due fette di carne.
“Buono” osservò Giulia, dopo il primo assaggio.
“Mi confidi la preparazione?” interrogò poi.
“Ho tagliato delle carni miste e quindi le ho ridotte in cubetti” spiegò Roberto. E continuò: “Quindi ho preparato della gelatina liquida ed in metà di questa ho messo una mezza bustina di granulato, mezzo cucchiaio di bacche miste (ginepro, pepe nero, coriandolo ed altro), la carne tagliata a cubetti, un po’ di sale ed ho fatto cuocere per una ventina di minuti. Quindi ho tagliato delle verdure a dadini e le ho aggiunte alla gelatina. Ho fatto cuocere ancora il tutto per un minuto. Poi ho unito del prosciutto tagliato a cubetti, ho trasferito il preparato in una terrina ed ho aggiunto l’altra metà della gelatina. Ho lasciato raffreddare in frigo……ed ecco qui l’antipasto freddo servito a fette.”
“Sei veramente delizioso” osservò Giulia “saresti un marito ideale”.
“Degusta questo Chianti” propose Roberto celando a mala pena la ferita che Giulia aveva riaperto nel suo cuore.
“Ottimo anche il vino, sei veramente un intenditore, non c’è che dire” esclamò Giulia dopo aver degustato il Chianti.
“Dimmi di Franco” propose Roberto ostentando la sua finta sicurezza.
“Non so che altro dirti che tu già non sappia” osservò Giulia. “E’ buono, molto buono…ed io lo amo veramente. A te che sei mio amico, un vero amico, posso dirlo”. Ed aggiunse: “Se Franco non esistesse…saresti tu il primo nel mio cuore”.
“Io ti amo veramente, cretina’” pensò Roberto. Ma non replicò.
“Vado a prendere il secondo” disse invece, per evitare l’imbarazzo.
Giulia gli sorrise, dolcemente.
Roberto andò in cucina e fece ritorno con un piatto ovale in acciaio, munito di coperchio salva calore. Sollevò il coperchio ed annunciò: “Ora gusterai delle polpettine ai carciofi e mi dirai se anche queste sono di tuo gusto”.
“A condizione che tu mi dica come le hai preparate” replicò Giulia.
“Ora ti spiego. Mi piace svelare i miei segreti” acconsentì Roberto.
Quindi illustrò: “Ho preso dei carciofi, li ho ripuliti, li ho tagliati a metà e li ho messi a bagno in acqua acidula con qualche goccia di limone. Ho messo del pane carré a bagno nel latte. Ho quindi disossato della carne che ho poi tritato nel tritatutto. Ho poi strizzato il pane carré e l’ho unito alla carne con l’aggiunta di un uovo intero, sale e pepe. Con il composto ho preparato le polpette che vedi, le ho passate leggermente nella farina. Ho tritato del porro e della cipolla che ho fatto poi soffriggere in padella con un po’ d’olio e di burro. Ho messo quindi le polpette nella padella lasciandole prendere colore dai due lati. Le ho poi salate e pepate, ho unito i carciofi tagliati a fettine ed ho innaffiato il tutto con un bicchiere di vino bianco. Ho quindi fatto prendere il bollore, ho coperto la padella ed ho lascito cuocere le polpette per circa venti minuti. Ora, quando te le servirò, vi aggiungerò il sughetto ai carciofi e sentirai che delizia”.
Giulia era rimasta ad ascoltare Roberto a bocca aperta. Lo conosceva come un fine intenditore di cibo ma ora la stava sorprendendo.
Anche le polpette risultarono squisite e Giulia non lesinò i complimenti.
Seguì il dolce, una squisita torta semifredda al cioccolato che Roberto aveva preparato e conservato in frigorifero. Quindi il gelato con del whisky e un buon caffè.
I due parlarono del più e del meno evitando di soffermarsi sul fatto che quella cena prelibata rappresentava un addio.
Il tempo passò in fretta e verso mezzanotte Giulia annunciò che doveva andarsene.
Non disse a Roberto che aveva un appuntamento telefonico con Franco, che aveva messo al corrente, il giorno prima, di quella cena.
D’altra parte nemmeno Roberto le disse che lei non avrebbe più potuto rivedere Franco perché quella mattina gli era capitato in casa, lo aveva aggredito a causa della sua gelosia per Giulia e nella colluttazione era rimasto ucciso.
Non poteva nemmeno dirle che ora Franco, o quello che di lui era rimasto, si trovava nel grosso refrigeratore. Ma soprattutto non poteva spiegarle la provenienza di quella carne utilizzata per preparare l’antipasto e le polpettine ai carciofi.
D’altra parte Giulia stessa aveva sempre detto che Franco era un po’ geloso ma buono…molto buono.
 

Tela intessuta da Roninxx @ 11:40 - giovedì, 07 febbraio 2008
si rammenta a chi leggesse e a chi scriverà, che qui potranno trovare spazio racconti, poesie e news... non chè varie ed eventuali

Tela intessuta da farisila @ 15:52 - mercoledì, 06 febbraio 2008





Comincio io intanto con un inedito scaturito in un palloso pomeriggio aziendale in cui l'unica cosa che non avevo voglia di fare era lavorare...




Sono graditi commenti e critiche ovviamente...










Alla fine era successo davvero.



Stavo lì, in piedi sotto la pioggia, ad ascoltare il prete che recitava le ultime preghiere mentre la cassa scendeva lenta nella fossa. 


Lì al freddo ripensando a due sere fa in cui…


Pronto? Pronto? non capisco Emma non capisco calmati… Infarto, o mio Dio, si arrivo subito.

Bussai alla porta.

Anche se avevo ancora le chiavi da anni, ormai, non sentivo più quella casa come mia.

Mi aprì Emma, la cameriera, rivedendola dopo tanto tempo mi sorpresi a pensare come in fondo il passare degli anni non incida poi molto sulle donne che non sono mai state belle.


Mia madre stava in piedi dietro di lei, la vestaglia di raso in tinta con la camicia da notte e le pantofole, pettinata e truccata come se stesse andando ad una prima a teatro.



“Ciao mamma come stai?”

“Male”, disse, con il tono lamentoso che riservava a queste occasioni, “e non vuole nemmeno vedere il medico”, aggiunse, indicando le scale.

Il dott. Forte era fermo in cima alla scalinata, davanti alla porta socchiusa della camera da letto.

Iniziai a salire, un’ombra mi passò veloce tra le gambe e mi precedette di qualche gradino, Mimì, la vecchia gatta di mia madre, si fermò e si girò a guardarmi.

Arrivata in cima osservai il dottor Forte,  fissava la porta semi aperta ed aspettava, come se stesse andando in udienza dal Papa.

“Cosa aspetta l’invito ufficiale?” gli chiesi e lui “ha detto che non vuole vedermi”.

Gli lanciai un’occhiata di commiserazione, “ è una vecchia di ottant’anni che sta per morire, crede che se entra senza il suo consenso l’aggredirà con i ferri da calza?”

Entrammo insieme, le tende, di pesante broccato verde erano chiuse, la stanza in penombra era illuminata solo dalla fioca luce che proveniva dalla lampada sul comodino.


Erano anni che non entravo in quella stanza.


Ora, quando andavo a trovare la nonna, venivo ricevuta in salotto come un ospite qualsiasi e se mi addentravo nelle stanze e nei corridoi in cui ero cresciuta lo facevo sempre sotto lo sguardo vigile e discreto di Emma.


Tutto era esattamente come lo ricordavo, la poltrona vicino alla finestra da cui si vedeva il giardino, il prezioso tavolino rotondo con intarsi in argento, il letto, grande, troppo grande ora per l’esile figura di mia nonna.


Mi girai a guardarla, era seduta, con la schiena appoggiata su alcuni cuscini, i capelli bianchi raccolti in due trecce che scendevano sulle spalle le davano l’aria di una bimba invecchiata di colpo.


Anche nella semi oscurità si vedevano le rughe che le tagliavano il viso ma su tutto brillavano ancora    i suoi occhi verdi, grandi e indagatori, che mi avevano inseguita per tutta la mia infanzia.




“Ciao come stai? Ti ho portato il medico” le dissi mentre cercavo di aprire le tende.


“Non aprire, la luce mi da fastidio e manda via questo becchino. Non mi serve uno specialista per sapere che sto morendo”.


Sorrisi, non era cambiato nulla era sempre stata lei il direttore d’orchestra in quella casa, non poteva lasciare che le cose mutassero adesso.


Mio nonno era morto quando lei aveva poco più di vent’anni, lasciandola sola con una figlia piccola ed una grande casa colonica circondata da vigneti che producevano un ottimo Chianti.


Quando mio nonno fu colto da un infarto molti pretendenti si fecero avanti sperando di mettere le mani su quella immensa fortuna.




La donna di ferro invece, come la chiamavano le comari del paese, decise di andare avanti da sola, aiutata da pochi fedeli collaboratori, ed in pochi anni l’azienda divenne una delle più famose e produttive della zona.


Era una donna determinata e decisa, che governava le sue vigne così come la sua famiglia, che non ammetteva repliche alle sue decisioni e non accettava un no come risposta.


Mia madre, la sua unica figlia, era un altro discorso.


Ricordo che un giorno, quando avevo quindici anni, ero seduta con mia nonna sotto il grande faggio che dominava il viale d’ingresso e all’improvviso, finendo ad alta voce un pensiero iniziato tra sé disse, “conosci quel proverbio che dice la mela non cade mai lontano dall’albero, per indicare che i figli sono simili ai genitori?”


Sapevo già doveva voleva arrivare “Certo e allora?” la assecondai “beh, tua madre sovverte ogni pronostico, non è nemmeno stata capace di tenersi un uomo”.


Aveva ragione, mia madre era debole, incapace di prendere qualsiasi decisione e di affrontare qualunque problema senza appoggiarsi ad altri, ma io sapevo che non era tutta colpa sua.


“È colpa tua” le dissi con calma “ l’hai cresciuta tu così insicura ed impaurita, tu le hai impedito di sbagliare e d’imparare dai suoi errori prevenendo sempre ogni sua mossa, obbligandola a fare sempre come volevi tu, cosa pretendi ora? E poi papà se ne è andato per colpa tua, non poteva sopportare di prendere ordini da te.”


“Tuo padre non sopportava il lavoro, credeva di arrivare qui e fare la bella vita alle spalle di tua madre e se era per lei ci sarebbe riuscito benissimo, credimi, non abbiamo perso nulla, e poi ho cresciuto anche te con lo stesso sistema eppure non sei così”.


Non le risposi, odiavo la presunzione di mia nonna di avermi cresciuta lei, mi considerava il suo capolavoro. Io ero ciò che mia madre non sarebbe mai stata, la sua erede.




Quando me ne andai a vivere da sola non mi parlò per tre anni e credo non mi abbia mai perdonato.


Ricordo ancora quando le comunicai di aver preso in affitto un appartamentino in città e di aver trovato lavoro in uno studio legale in centro.


Ricordo che dopo aver urlato e minacciato di diseredarmi si era accasciata sulla poltrona e con uno sguardo perso che non le avevo mi visto negli occhi mi chiese ”dove ho sbagliato?”


“Non hai sbagliato nonna, tu sei fatta così è solo che anch’io sono fatta così e non sopporto più la tua determinazione nel dirigere e manipolare la vita di tutti. Lo hai fatto per anni, ora, con me, non lo fai più, devi lasciarmi andare non puoi farci nulla”.


Da allora i nostri rapporti si erano raffreddati ma io sono sempre stata grata a mia nonna per avere avuto la forza di mandare avanti per anni, da sola, quella enorme casa abitata solo da donne, mia nonna, mia madre, Emma, io, persino il gatto era femmina.




E nei ricordi della mia infanzia io mi sono sempre sentita protetta da quegli occhi verdi, severi e profondi. In fondo io ero la prova vivente che volendo ci si poteva staccare da lei e condurre una vita autonoma. Volendo.


"Allora” le chiesi “ cosa ti è successo?”


“Nulla, solo un malore, ma la conosci tua madre non perde occasione per poter fare la vittima e piagnucolare un po’ sulla spalla di qualcuno”.


Mi fece cenno di avvicinarmi e mi sussurrò “ credo abbia messo gli occhi su quel becca morto di medico” disse indicando con la testa il dotto Forte alle mie spalle.


“Sei il solito serpente” le risposi sorridendo.


“Comunque non credo morirai, per il momento, quindi, se non ti dispiace, vado giù a bere una tazza di the con la mamma” e aggiunsi sotto voce “ così la tengo d’occhio finché flirta con il Dottore”.


Mia nonna mi guardò preoccupata e mi disse “ sono molto in pensiero per tua madre, è lei l’anello debole della catena lo sappiamo entrambe, cosa farà quando io non ci sarò, più chi manderà avanti la baracca?”


“Non preoccuparti si arrangerà, magari sposa il dottore, vende tutto e si ritira a fare la moglie del medico del paese” “non è un problema nostro” aggiunsi in tono amaro.


Mi guardò e non disse nulla. Sapeva che nonostante giustificassi alcuni atteggiamenti di mia madre alla fine la sua fragilità e debolezza mi davano più fastidio di quanto fossi disposta ad ammettere con me stessa.


Scesi giù con il dottore e la trovai in salotto che andava avanti e indietro torcendosi le mani come se stesse aspettando l’annuncio di chissà quale inevitabile tragedia.


“Rilassati” le dissi “ non credo che Dio sia disposto a prenderla con sé per il momento”.


Guardò il dottore “ il fisico di sua madre è forte, nonostante l’età, non possiamo sapere quando arriverà l’attacco decisivo”.

Mia madre fissò il medico con un misto di delusione e sollievo da cui non riuscii a capire se più temesse o desiderasse la morte di mia nonna.



Un brivido mi riportò alla realtà e mi costrinse a guardare le ultime palate di terra che seppellivano una parte importante della mia vita.


Mi voltai verso mio padre, erano anni che non lo vedevo, ora viveva in Messico e gestiva un bar sulla spiaggia.


Aveva gli occhi gonfi, non capivo se per le lacrime o per il fuso orario.


Dietro di lui, appoggiata al braccio di Emma, c’era mia nonna.


Le guance scavate e gli occhi persi nel vuoto, a cercare una risposta che nessuno era in grado di darle.


Aveva seppellito un marito, mezzo secolo prima, ma niente l’aveva preparata alla morte di una figlia. Mia madre era l’anello debole della catena, lei lo aveva sempre temuto, ma nessuno aveva mai pensato che la catena si spezzasse così.




Ora la vecchia matrona non aveva più forza, non aveva più lacrime né voce per gridare, aveva solo una voglia disperata di lasciarsi andare, via da tutto e da tutti, per ritrovare le persone che più aveva amato in vita sua.



“Ciao Papà vieni a mangiare un boccone a casa della nonna prima di partire?”


“Sì, vorrei stare un po’ con te. E la vecchia come sta?”


“Da quando ti preoccupi della vecchia?”


“Beh io ho perso una ex moglie che non vedevo da vent’anni, tu hai perso una madre che è una cosa naturale, anche se non in modo così improvviso, ma perdere un figlio non so,” scosse la testa come per scacciare un’immagine che non voleva vedere “perdere un figlio deve essere una tragedia immensa, non so cosa farei se tu morissi prima di me”.


Dicendo queste ultime parole si girò a guardarmi e vidi che sbatteva velocemente le palpebre per ricacciare indietro le lacrime.


Salimmo in macchina e ci avviammo verso casa.


Emma ci preparò il the in salotto, mia nonna scese le scale al braccio del dottore, entrò nella stanza ed abbracciò mio padre.


Quella enorme tragedia aveva strappato dal cuore di tutti anni di ripicche e crudeltà.


Mio padre ricambiò l’abbraccio ed entrambi scoppiarono a piangere.


“Cos’è successo?” chiese al dottore “ cos’è successo veramente intendo”


“Il cuore di sua moglie non ha retto” il medico si sforzava di mantenere un tono professionale ma era troppo per lui, si costrinse a guardare altrove per non piangere.


“La preoccupazione per sua madre, per il suo destino e quello dell’azienda, per sua moglie erano pesi troppo grandi da sopportare. Il cuore l’ha tradita”. 


Mia nonna singhiozzò.


“Ok nonna penso tu abbia già fatto abbastanza per oggi, vai a letto tra un po’ salgo da te”.


Per la prima volta non replicò e fece come le veniva ordinato.




“Nonna senti, mi hanno aumentato l’affitto, pensavo di trasferirmi qui finché non trovo qualcosa di più economico ti rompe?”


Sapeva che non era vero, mi guardò con un lampo di gratitudine negli occhi e disse “ Va bene ma dovrai rispettare le regole di questa casa, come sempre.”


Era tornato, il condottiero era tornato.


Chissà quante battaglie il destino le avrebbe ancora chiesto di combattere, lo stesso destino che l’aveva condannata ad essere la più forte.